
Ancora non si placa la protesta, anzi se continua di questo passo credo che aumenterà sempre di più. Devo dire la verità, mi ci è voluto un bel pò di tempo per leggere il decreto 133, di cui ci può interessare l’articolo 16 per la questione dei fondi privati alle università e per la riduzione del turn-over al 20% dei pensionamenti. Un altro decreto legge interessante è quello delle misure urgenti per riportare stabilità al mercato finanziario di cui ci riguarda l’articolo 1 comma 7 dove esplicitamente è scritto: “riduzione lineare delle dotazioni finanziarie, a legislazione vigente, [...] ai trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obblgatoria, del fondo ordinario delle univeristà, delle risorse destinate alla ricerca ecc.” Il fondo ordinario delle università tanto per capirci è il fondo principale, quello da dove bisogna pagare stipendi, arredi interni, macchinari da laboratori e tutto il resto. Capite adesso il grande malcontento tra gli studenti. Con delle dichiarazioni del genere poi che si può dire? Il fascismo non è morto ma anzi ce lo siamo ahinoi portato dietro per cinquant’anni e ancora si sentono dichiarazioni incredibili come quelle di Cossiga. Ritengo che tutto questo sia inacettabile, sono d’accordo sul ricorso alle forze dell’ordine solo nel caso si verifichino violenze o reati come purtroppo sta accadendo troppo spesso, ma non sull’arrestare una protesta legittima per un decreto legge che solleva importanti questioni sulla ricerca in Italia, sono contrario a questo metodo antidemocratico, dove le forze dell’ordine sono utilizzate per arginare il protagonismo della società civile. Credo che queste dichiarazioni sono state un chiaro sintomo della crisi profonda della democrazia in questo Paese.
Il movimento che si sta sviluppando nelle università è un movimento che sta elaborando forti contenuti, proposte concrete invece che semplici critiche. L’Unione degli Studenti come le altre organizzazioni lavora da mesi perchè i ragazzi ricevano un’informazione approfondita e completa sulle politiche di questo Governo in materia di Istruzione, lavoro dimostrato dalla piena consapevolezza dei manifestanti. Le azioni che si mettono in atto non sono semplici provocazioni ma sono strutturate in modo da essere costruttive, con lezioni autogestite, momenti di didattica alternativa, discussioni approfondite con esperti, è loro cura fare in modo che non risultino lesive per nessuno degli studenti coinvolti. La battaglia degli studenti è di tipo culturale e non soltanto di principio. Ovviamente ci sono i soliti (troppi) che mettono in chiara evidenza la loro più grande inciviltà e proclamano proteste inaudite senza nemmeno aver letto la legge che inevece per alcuni aspetti è anche giusta, ma solo questi andrebbero puniti. E smettiamo di politicizzare la situazione, non è vero che tutti gli studenti e i docenti in protesta sono di sinistra solo perchè il decreto è proposto dal governo di centro-destra, questa mentalità è da scardinare, un luogo comune che in Italia persevera da anni. Si sta criticando un decreto che porta la ricerca italiana ad uno dei posti più bassi d’Europa, si giudicano i provvedimenti, non chi li fa. Ma daltronde sono gli stessi politici ad averci educato a questo tipo di mentalità chiusa al dialogo, fatta di insulti, irresponsabilità e solamente cura dei propri interessi e tornaconti.
I ragazzi criticano senza proporre, il decreto andrà avanti. [...] E’ falso, non ci saranno tagli.
La recente approvazione della legge n.133, 6 Agosto 2008, ha riportato l’attenzione del Paese sullo stato dell’Università che, soprattutto per quanto riguarda la ricerca e gli sviluppi lavorativi non era messa in buone condizioni. Da molti anni esiste un consenso internazionale sul fatto che l’Università italiana soffra di vari e gravi mali che ne impediscono un corretto funzionamento: concorsi truccati, nessuna meritocrazia, baroni che si intascano i soldi ecc. Le insufficienze sono forse più platealmente evidenti nel campo della ricerca, ma anche sul versante della didattica vi sono evidenti problemi riguardo al numero di fuoricorso, al ridotto numero di laureati rispetto agli iscritti, all’inadeguatezza della formazione universitaria per il mercato del lavoro. Il contenuto effettivo della legge 133, per la parte che attiene al settore universitario, è alquanto deludente. Nonostante le buone intenzioni le quali comunque la legge in molte occasioni mette in atto, trattasi di un’occasione perduta che, di fatto, potrebbe danneggiare ulteriormente il sistema universitario. Nella parte che qui interessa, la legge 133 prevede: (1) la limitazione del turnover al 20% dei pensionamenti, con proporzionale riduzione del finanziamento ordinario; (2) la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni senza scopo di lucro per raccogliere finanziamenti e donazioni dei privati.
Ecco un importante pecca: la legge 133 (art. 16, comma 9) indica che i fondi pubblici verranno utilizzati per “perequare” (ossia, bilanciare) i fondi privati: ai più meritevoli, in grado di raccogliere finanziamenti privati, arriveranno meno finanziamenti pubblici che fluiranno quindi, in maggiore quantità, ai meno meritevoli. Questo è l’opposto della meritocrazia tante volte invocata: in molti Paesi vige il principio esattamente opposto. L’attuale riforma punisce senza distinzioni tutto il mondo accademico italiano, aggravando situazioni già compromesse e penalizzando i ricercatori seriamente motivati. Nessun criterio meritocratico viene introdotto, nessun trasferimento di risorse da chi non fa a chi fa viene attuato o anche solo incentivato. La legge 133 prescrive di qui al 2013 una riduzione del 13% del finanziamento ordinario all’università senza però intervenire al suo interno e prefigurando quindi un sistema identico al precedente, con tutti i suoi difetti e le sue distorsioni, solo rimpicciolito. Tutto questo influirà negativamente sull’organizzazione delle istituzioni scolastiche, aumentando il rapporto docente/studenti e diminuendo il monte ore settimanali per tutti gli indirizzi. Meno risorse umane ed economiche significa meno attività extra-scolastiche, laboratoriali e più in generale una più bassa qualità della didattica. Dubito che questo possa essere utile al Paese. La ricerca e lo studio in un paese non è una spesa ma è un investimento ma questo in Italia non lo hanno mai capito (sottolineo mai perchè non è da questa legge che è nato tutto) e gli altri paesi ci ridono dietro. Leggi il seguito di questo post »