Esperimento di dittatura – La banalità del male

Oggi ho avuto l’opportunità di vedere un buon film, soprattutto che facesse riflettere, ed era da tanto che non capitava a parte “Walzer con Bashir”, altro film interessante. La pellicola di cui parlo si intitola “L’onda” e si ispira ad un fatto realmente accaduto nel 1967 in California dove un professore di storia, Rone Jones, per spiegare la genesi del nazismo, indusse una classe di una trentina di studenti a forme di cameratismo attraverso l’uso della disciplina, dell’uniforme, di un gesto di riconoscimento (l’onda, appunto). L’esperimento, che doveva durare solo un giorno, finì per estendersi a tutta la scuola e per sfuggirgli tragicamente di mano quando il movimento acquistò vita propria: gli studenti non aderenti furono picchiati, mentre gli stessi membri si spiavano a vicenda. Nel quinto giorno il docente si vide costretto a sospendere la prova. Il film riprende molto accuratamente questa vicenda in chiave moderna e infatti lo stesso Rone Jones ha dichiarato che durante la visione del film gli sembrasse di essere veramente all’interno di quella classe. Il punto chiave su cui cerca di ruotare il film è il fatto di come in realtà sia davvero semplice ricadere nelle stesse trappole psicologiche che hanno portato alla nascita dei regimi autocratici e dittatoriali. Il falso presupposto (o meglio, il pretesto) dell’unità e della coesione del gruppo, dell’aiuto reciproco ecc. portano invece in un gioco molto sottile dove chi non segue le regole e le ideologie che pian piano nascono è totalmente tagliato fuori. Il principio fondante è il fatto di credere che non tutti siano uguali, che non tutti abbiano le stesse potenzialità o pari opportunità e all’interno di questo disagio si forma un gruppo ben coeso con delle proprie regole che tende a sovrastare chi è diverso, chi è più debole o semplicemente chi non vuole aderire a certe ideologie: è la morte totale della democrazia. Ci si chiede allora, come è possibile che dei regimi del genere che ci sembrano tanto immorali o negativi siano potuti nascere nello scorso secolo addirittura in più parti del pianeta? I regimi dove solo una persona detiene il potere e comanda incontrollato su un popolo suddito sono purtroppo molto semplici per il solo motivo che è più semplice ragionare con la testa altrui piuttosto che con la propria, e ci si affida nelle mani di una persona solo perchè essa è riuscita a manipolarci in vari modi spesso molto sottili. Possiamo vedere questo fatto nel semplicissimo e attualissimo conformismo nel vestire di tutti i giorni: come l’uniforme identificava (!) l’appartenenza ad un gruppo con precisi ideali così tutt’oggi il nostro modo di vestire ci identifica in un ben preciso modo (gruppo, scala sociale ecc). Una delle possibili chiavi di lettura è quindi quella che la nascita dei regimi dittatoriali è stata troppo facile, quasi fosse un decadimento in negativo di un conformismo sfrenato. Ovviamente con degli ideali del genere è chiaro che nasce anche il fenomeno del razzismo che tutti noi conosciamo, chi è diverso da noi diventa nemico e lo si denigra con qualsiasi pretesto. Ma il film mette in luce anche un altro aspetto che è forse quello più sconvolgente e quello che più fa riflettere: ad un certo punto nel film il professore, che ormai ha assunto l’aspetto di un vero e proprio dux del movimento scolastico, invita gli alunni a farsi portare da lui il “traditore”, un loro compagno che si era ribellato avendo capito la pericolosità della situazione; quello da notare è il fatto che chi ha trascinato con la forza il povero ragazzo erano i suoi stessi amici con cui i giorni prima si divertiva. “Cosa ne facciamo di lui?” domanda il professore, “ce lo deve dire lei signore” – “e perchè dovrei dirvelo io? Allora perchè lo avete trascinato qui con la forza?” - “Perchè lo ha ordinato lei signore”. Ecco, ciò che il professore voleva sentire come risposta alla sua prima domanda “ragazzi voi siete davvero convinti che in una società moderna non sia ancora possibile una forma di dittatura?”. Quello che è avvenuto non è stato altro che la rispota “sì, è possibile” a questa domanda. E questo punto sconvolgente è stato trattato a lungo dalla filosofa e storica Hannah Arendt con il suo stupendo libro “la banalità del male” che consiglio di leggere a tutti voi per la grande potenzialità che vi porta a importanti riflessioni. E’ proprio così che Hannah descrive questo punto cruciale della vicenda, come una banalità del male. Cosa vuol dire? Durante i processi per i crimini nazisti molti dei militari che compievano quei delitti orrendi si giustificava semplicemente dicendo “ho eseguito gli ordini”. Il fatto più sconcertante però non è tanto questo, ma è che queste persone non erano nella loro vita persone cattive o pazze, non erano squilibrate o terribilmente violente, ma erano spaventosamente normali: essi compievano cose atroci senza pensare, influenzati dall’autorità del loro superiore che ascoltavano come fosse Dio, non avevano idea degli atti che stavano compiendo. La domanda che si f a Hannah e ci facciamo anche noi: “E’ possibile che delle persone normali come loro e come noi, che posseggono dei valori e che sono perfettamente sane, possano oltrepassare questi limiti, compiere atti atroci senza nemmeno risentirne o avere alcun senso di colpa? E’ possibile che un autorità ritenuta legittima possa spingere una persona a superare i propri limiti morali in nome di un “bene” superiore?” E’ qui che il male diventa qualcosa che non ci tocca, lo compiamo senza rendercene conto, diventa ovvio, diventa banale. Questa è la tremenda verità che le vicende dello scorso secolo hanno sollevato e che dovrebbero indurci a meditare un po’ di più sui nostri principi morali, per rafforzarli e non farli cedere, in qualsiasi situazione.

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